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"L'Altro Veneto": appello al voto e risposta alla Cisl

Di Citizen Writers Venerdi 29 Maggio 2015 alle 15:02 | 0 commenti

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Giorgio Langella, PCd'I Vicenza che sostiene la lista “L'Altro Veneto. Ora possiamo!”

Venerdì 29 maggio è l'ultimo giorno di campagna elettorale. Un primo bilancio si dovrebbe fare su cosa è stata. Qualche polemica, alcuni tentativi di “evitare” che la sinistra che non vuole (e non può) riconoscersi nel PD di Renzi (e tanto meno in quello di Alessandra Moretti) fosse presente, risposte di circostanza spesso solo accondiscendenti verso interlocutore di turno, poca chiarezza di fondo. Molta visibilità per i candidati “più forti” e tanta propaganda.

Ma quanto hanno speso Zaia, Moretti, Tosi, Berti, Morosin per la campagna elettorale? Di Laura Di Lucia Coletti e “L'Altro Veneto. Ora possiamo!” si può affermare che i costi sono stati esigui. Quasi ridicoli. Per tutta la provincia di Vicenza complessivamente 2000 euro circa. E tutti finanziati dai candidati stessi e da chi è corso a organizzare iniziative, volantinare o attaccare i manifesti. Una “miseria” rispetto a quello che, presumibilmente, le altre liste e coalizioni hanno investito per raggiungere qualche posto in consiglio regionale. Si è cominciato con manifesti giganteschi col sorriso dei candidati più forti. Si è continuato con centinaia di migliaia di pieghevoli, volantini, manifesti; spot radiofonici e televisivi a pagamento; propaganda a pagamento sui giornali più diffusi; camioncini che percorrono le strade della regione portando in giro le gigantografie dei candidati. Si finisce con spritzate e concerti con  artisti di fama nazionale. Tutto con costi non indifferenti.

Ora sarebbe interessante conoscere, anche solo indicativamente ma prima di votare, quanto ogni lista e coalizione ha speso. E chi sono gli investitori. Sarebbe interessante e utile per capire se e a chi i futuri consiglieri risponderanno una volta eletti, se dovranno “ringraziare” qualcuno, se è plausibile pensare che le centinaia di migliaia di euro spese per la campagna elettorale siano da considerare mecenatismo a fondo perduto. Sarebbe una questione di trasparenza- Ma questa trasparenza non esiste. Di mezzo ci sono le fondazioni che garantiscono un certo anonimato  che permettono di aggirare, legalmente, le regole di finanziamento ai partiti.

Una cosa, però è da rimarcare: chi usufruisce di finanziamenti consistenti è comunque favorito perché appare di più. Chi non ha i soldi per la campagna elettorale parte svantaggiato. In questa politica diventata confusione gridata e apparenza i programmi e i progetti cono diventati poco interessanti. Si confonde lo “stare nel territorio” con l'apparire in televisione. E fa più notizia andare a pranzare con il patron della Diesel (anche senza ottenere un suo plateale appoggio) o incensare quello che fa “padron Marchionne” (ottenendo il suo apprezzamento), piuttosto che essere dalla parte dei lavoratori. Piuttosto che partire dai bisogni e dagli interessi di chi vive del proprio lavoro, si preferisce dare priorità alle richieste di chi controlla denaro e potere. Le fotografie di Alessandra Moretti, Matteo Renzi e Renzo Rosso sorridenti la dicono lunga sulla scelta di campo della coalizione che fa capo al PD. E, per i mass media, “valgono” molto di più, ad esempio, delle idee sul lavoro di “L'Altro Veneto. Ora possiamo!” contenute nella risposta data al contributo della CISL veneta. Una risposta che contiene, seppur solo indicate, proposte chiare che evidenziano una scelta di campo diametralmente opposta.

E, allora, domenica quando si vota, si pensi anche a come è andata la campagna. Si faccia un bilancio su come sono stati sperperati o meno i soldi per la propaganda. Si valutino attentamente le proposte e non ci si fermi agli slogan o ai titoli. Si cerchi di capire su come e dove verranno trovati i soldi che sono stati promessi ai padroni (a partire dai 500 euro mensili per ogni giovane assunto che Alessandra Moretti ha deciso di dare alle imprese per un anno) e cosa significa continuare a divorare il territorio e devastare l'ambiente con grandi opere inutili e dannose. Ci si ricordi dei gravissimi fatti di corruzione e malaffare che interessano politicanti e imprenditori veneti e della “timidezza” (spesso indistinguibile da complicità) che i maggiori partiti nazionali e regionali hanno dimostrato. Si ragioni sul fatto che quelle promesse e quelle speculazioni vogliono dire togliere ricchezza e servizi pubblici a noi tutti.

Il 31 maggio tentiamo di cambiare decisamente rotta e decidiamo di fare qualcosa di realmente diverso. Diamo fiducia a chi vuole cambiare e non si omologa al pensiero unico o al partito della nazione. Opponiamoci a a quell'ideologia di fatto reazionaria che sta crescendo nel paese e che è rappresentata certamente dalla coalizione di Zaia ma anche, in maniera più subdola, da quella che fa capo al PD di Renzi e della Moretti. Diamo un segnale chiaro e forte. Facciamo la nostra scelta di campo dalla parte di chi vive del proprio lavoro. Scegliamo la sinistra: votiamo per “L'Altro Veneto. Ora possiamo!” e per Laura Di Lucia Coletti presidente.

 

La nostra attenzione ai problemi del lavoro e, soprattutto, dei lavoratori è massima. Non è un caso se il lavoro è uno dei fulcri del nostro progetto. Pensiamo sia più giusto parlare di progetto piuttosto che di programma in quanto l'unità che abbiamo raggiunto come lista “L'Altro Veneto. Ora possiamo!” tra organizzazioni politiche, associazioni, movimenti e singoli cittadini non può limitarsi a un programma elettorale ma deve andare oltre e delineare un progetto di trasformazione della società e del sistema liberista nel quale ci troviamo. Il lavoro, il rilancio della produzione manifatturiera, la ricerca e l'innovazione di prodotto e di processo, il superamento della crisi con soluzioni che favoriscano soprattutto lavoratori e pensionati, devono essere il fondamento di tale trasformazione. Siamo convinti che i problemi legati al mondo del lavoro non possano essere affrontati in maniera “decisionista dall'alto” necessariamente impositiva ma devono procedere da una visione ampia, con il contributo non solo formale delle forze sociali che ne sono protagoniste. Quindi il contributo delle organizzazioni sindacali non solo è molto apprezzabile ma fondamentale. Non si tratta di limitarsi ad “ascoltarle”, ma di integrare le esigenze e gli interessi che esprimono in un progetto di uno sviluppo che deve avere come prioritario il benessere di chi vive del proprio lavoro.

Un punto che caratterizza il nostro progetto (ancora in embrione ma già definito) è la lotta alla disoccupazione. Una lotta che procede dalla necessità di attuare il programma della Costituzione (fino da quel primo articolo che fonda la Repubblica sul lavoro e dal terzo che impegna la Repubblica a “rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese”) che, per noi, è riferimento costante di ogni proposta e decisione politica. Ci riferiamo alla Costituzione originale, quella senza la norma del pareggio in bilancio (che vogliamo sia tolta e opereremo per questo dentro e fuori le Istituzioni) contenuta nel “nuovo” articolo 81 e senza gli stravolgimenti profondi che si vogliono apportare alla stessa. Una Costituzione, la nostra, che fissa come imprescindibile il ruolo sociale dell'impresa, una sorta di “profitto collettivo” che deve essere prioritario rispetto al profitto individuale e che, proprio perché tale principio non sia solo una enunciazione, indica criteri di intervento pubblico per  attuarlo.

Una piena occupazione non può fare a meno di un contrasto netto e forte alle delocalizzazioni (che hanno significato e significano “esportare sfruttamento per importare disoccupazione) con normative che portino anche al vincolo delle aree dismesse in maniera da impedire ulteriori speculazioni. Le istituzioni territoriali (dalla Regione ai comuni) devono essere protagoniste di questa azione fondamentale per evitare un ulteriore depauperamento del tessuto produttivo.

Si deve operare prioritariamente, su due fronti:

la lotta alla corruzione che, drogando il mercato, crea malaffare e ingiustizie indirizzando lo “sviluppo” verso un maggiore profitto individuale e relegando ciò il benessere collettivo a una conseguenza,

la piena dignità dei lavoratori con particolare attenzione alla sicurezza, all'ambiente di lavoro, a una giusta remunerazione. In pratica, la lotta allo sfruttamento dell'uomo sull'uomo in tutte le forme questo avvenga.

È per noi, quindi, necessario ripristinare principi e diritti cancellati (a partire dall'articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori che deve essere ripristinato ed esteso a tutti i lavoratori, qualsiasi contratto abbiano) o derogati con il “jobs act”, la legge di stabilità e l'articolo 8, norma introdotta dall'ultimo governo Berlusconi e confermata dai successivi (Monti, Letta, Renzi). Riteniamo anche che sia importante ridare dignità e forza al contratto nazionale di lavoro per fornire una base solida e uguale per tutti i lavoratori dalla quale si possa procedere per dare consistenza alla proposizione “parità di salario (e di diritti) a parità di lavoro”.

Il ruolo delle istituzioni pubbliche è fondamentale e determinante proprio se non limitato all'erogazione di servizi e risorse ai privati ma sia quello di assunzione di responsabilità nella conoscenza, nella pianificazione, nel controllo e nella direzione che deve avere la crescita industriale e manifatturiera del territorio.

Infine è nostra intenzione affrontare in maniera rigorosa il problema legato alle privatizzazioni, alle esternalizzazioni e al ruolo delle “cooperative” che sono diventate spesso qualcosa di diverso e di antitetico rispetto a quanto previsto dalla Costituzione; vere e proprie aziende che hanno perso l'obiettivo di favorire la collettività in favore di un profitto dovuto spesso a uno sfruttamento dei lavoratori che raggiunge livelli insopportabili.

 


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